A me è successo 2019: il racconto della giornata

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Cosa ha spinto trecento aziende e oltre settecento ospiti a partecipare ad A ME È SUCCESSO, l’appuntamento formativo organizzato dal Gruppo Fmts? Lo scorso 29 novembre, presso l’Hotel Ariston di Paestum, si è tenuta la terza edizione di questo grande evento, animato da un parterre eccezionale di ospiti italiani di caratura internazionale, con la conduzione di Roberto Re.

Gli ospiti della terza edizione

Per capire, partiamo allora dal conduttore, autentico leone di training mentale e di fitness emozionale, capace di trasformare qualsiasi arena, in uno spazio costruttivo di emozioni positive e di storie ispiratrici, almeno per quanti decidono di lavorare su stessi, oltre che nel proprio ambito professionale. In questa edizione Roberto Re ha saputo catturare le storie e il portato motivazionale della pianista, compositrice e direttrice di orchestra, Beatrice Venezi, del principe dello storytelling Federico Buffa, dell’incredibile avventuriero Danilo Callegari, del padre dei format televisivi Antonio Ricci, di Mister Fabio Capello, tra i maggiori interpreti del calcio italiano nel mondo, scuotendo persino la coscienza dell’impeccabile banchiere Marco Mazzuchelli. Ai vissuti di questa pattuglia, composta da straordinari personaggi, va annoverata la performance didattica di Vito Giacalone, psicologo e psicoterapeuta, autore del format “A me è successo”, dal 2014 master trainer comportamentale di Fmts Group.

Marco Mazzucchelli

Il sipario si apre con Mazzuchelli, ripercorrendo le tappe della sua carriera, nel settore bancario e finanziario da oltre trent’anni, Senior Executive e Consigliere indipendente in diversi CDA, tra cui Borsa Italiana (IT), MTS Italia e Euro (UK), Harrods Bank (UK), Lindorff Group (NOR), Kairos Investment Management (IT), tra gli esperti di alto livello della Commissione europea sulla riforma strutturale delle banche. Ma cosa più interessante, ha deciso di violare una delle leggi fondamentali del suo ambiente, secondo la quale un banchiere non deve parlare mai di se stesso. Il suo è un racconto sincero e a tratti emozionante, quasi una confessione, bisbigliando alla sala i momenti più duri della sua vita privata e professionale, stringendo la ricetta del suo successo, attorno a quattro capisaldi: l’aver avuto maestri di grande livello, l’investimento personale sulle competenze, coraggio e umiltà. La sua leadership è ispirata dalla ricerca della semplicità che dovrebbe animare sempre tutte le soluzioni ma anche dalla flessibilità, come capacità di fare compromessi.

Maestro di garbo e gentilezza, Mazzuchelli ha lasciato il segno.

Beatrice Venezi

Seconda ma solo in scaletta, Beatrice Venezi, Premio Scala d’Oro 2017, tra le più giovani direttrici di orchestra di tutti i tempi, tra le 100 donne dell’anno 2016 e le 50 del 2017 secondo il Corriere della Sera, Forbes Italia la inserisce nell’elenco dei 100 giovani leader del futuro sotto i 30 anni. Racconta alla sala la duplice sfida, a cui ha dovuto far fronte, quella di essere giovane e donna allo stesso tempo. Difficile anche solo immaginare cosa significhino questi attributi, in un settore conservatore e custode di tradizioni lontane, come quello della musica classica e della lirica. Svela quanto sia facile trovare insegnanti e di quanto sia difficile incontrare maestri, i primi talvolta sono “cattivi maestri” quando ti impongono la loro visione del mondo. La sua sfida più alta, quella di far sprigionare il suono che è dentro i musicisti della sua orchestra, prima ancora che attraverso gli strumenti impugnati. Venezi ha suggerito alla sala una metafora straordinaria sul senso più profondo della leadership, come capacità di far emergere la forza interiore di ciascuna risorsa umana coinvolta nel team.

Venezi faro e sirena della concertistica internazionale.

Federico Buffa

Terzo intervenuto, Federico Buffa, per la seconda volta sul palco, dopo la seconda edizione dello scorso anno, è tra gli ospiti più attesi per le sua assoluta padronanza tecnica nel racconto delle storie che narra, che rivisita ogni volta, con un carico emozionale potente e persuasivo. Spiega alla sala le differenze tra l’utilizzo del Noi rivolto verso l’esterno di Obama e il Noi verso l’interno di Jobs, di quanto il Noi inclusivo alla Obama sia capace di influenzare comportamenti e convinzioni profonde. Se nella scorsa edizione aveva entusiasmato la platea con i suoi viaggi giapponesi, quest’anno le sue parole diventano immagini che marchiano a fuoco la mente dei convenuti. La sua è una riflessione esistenziale, basata sulla fisicità e sulle emotività, quando afferma ad esempio che nasciamo con i pugni chiusi e moriamo con le mani aperte. Buffa mentre narra evoca e riesce a farti vedere la luce che entra nella stanza, illuminando particolari sapienti, come se fossero simboli totemici.

Buffa profeta, altro che storyteller.

Cesare Prandelli

Ospite a sorpresa, Cesare Prandelli, personaggio italiano per eccellenza, non soltanto per aver raggiunto lo scanno di CT della nazionale italiana di calcio ma per la sua storia che dagli albori lo hanno portato a giocare nella Cremonese, poi all’Atalanta, quindi alla Juventus di Trapattoni, con la quale raggiunse importanti trofei e risultati. Il suo racconto appassionato della provincia italiana, dei viaggi in autostop da giovanissimo per raggiungere gli allenamenti, condotti con sacrificio, nello scetticismo familiare, poi tramutatosi d’incanto in leadership, non appena è giunto il primo stipendio. Sul palco tre sgabelli, Roberto Re intervista Prandelli, in compagnia Buffa che si siede proprio accanto al Mister e lo incalza cercando di carpire il lato umano dello sportivo. Prandelli parla degli sguardi e dei racconti dei suoi calciatori e persino della finzione a cui l’allenatore è chiamato, pur di rispettare il copione del leader. Cita un episodio in cui il Trap, invitato dai suoi giocatori a richiamare Prandelli per un grave errore commesso in partita, dopo averlo raggiunto ha evitato qualsiasi commento sull’accaduto, fingendo di essere salito in stanza a redarguirlo, in nome dell’unità del gruppo.

Prandelli, volto umano del calcio italiano.

Vito Giacalone

Prima della pausa pranzo, lo schermo gigantesco del teatro si spalanca e comincia la performance di Vito Giacalone. Un grande cervello tridimensionale compare alle sue spalle e un luccichio di spie animano il suo speech che mostra come si generino le sinapsi e quali parti del cervello sono coinvolte nei processi di apprendimento, nei comportamenti vincenti e in quelli avvilenti. Il ruolo delle emozioni ma anche la forza per governarle, il raggiungimento del talento e la negazione della sfortuna come fattore esplicativo, vera e propria illusione ottica se non sindrome in cui cade chi sente di non potercela fare. Neuroscienze, psicologia ma anche tanta esperienza, sia come terapista sia come formatore e risolutore di conflitti aziendali, tutti elementi che rendono le sue spiegazioni convincenti e attuali.

Giacalone parentesi scientifica eloquente, nel mare di emozioni di “A me è successo”.

Fabio Capello

Dopo la pausa pranzo, a solcare il palcoscenico Mister Capello, il suo Curriculum da allenatore è letteralmente da urlo, leader nella patria del soccer, poi coach della nazionale russa, senza contare gli scudetti ottenuti con Milan e Roma e con i blancos del Real Madrid. All’Ariston decide di svelare come ha lasciato l’Inghilterra, a seguito delle posizioni inconciliabili assunte dai dirigenti della federazione britannica a chi assegnare la fascia di capitano. Capello non gliele ha mandate a dire, dinanzi alla violazione degli accordi, non ha esitato un solo attimo, si è alzato ed è andato via. Le discussioni erano nate sulla decisione del Consiglio della FA di togliere la fascia di capitano a John Terry, decisione che poteva spettare soltanto a Capello. Tra i segreti della sua leadership c’è proprio la capacità di affrontare criticità e conflitti, la necessità di non circondarsi di “yesman” e la tensione ad affiancare alla missione una visione sportiva più ampia. Nel calcio, come in qualsiasi altro gioco complesso, servono tattica e strategia ma per Capello è la tattica a essere sinonimo di genialità, mentre la strategia, una volta disegnata può essere interpretata con maggiore agilità. Rivendica la fortuna di aver guidato grandi squadre, riscontrabile nella possibilità di essere leader tra leader, figure necessarie che quando mancano rendono impossibile la guida del team. Farlo da soli sarebbe impossibile.

Capello, coraggio ed energia alla stato puro.

Danilo Callegari

Difficile superare Capello, ma l’ospite che lo segue è uno che accetta sfide impossibili. Danilo Callegari dall’aspetto non diresti che è un gigante e invece ha raggiunto traguardi impensabili per noi umani, premiato agli Adventure Awards 2013, ha esplorato in solitudine luoghi inospitali tra cui Alpi, Himalaya, Ande e Caucaso. Ha attraversato continenti in bicicletta, affrontato quattro deserti. Ma la sfida che decide di raccontare alla sala è quella in Antartide, per le sensazioni e in parte le allucinazioni che vivi quando sei immerso nel bianco totale, sospeso tra cielo e terra, senza nessun punto di riferimento se non te stesso. Dice alla sala che i limiti non si superano o almeno non si dovrebbero, ma si possono spostare più in là, rispetto al punto di partenza. Può sembrare un paradosso ma anche per Callegari non bisogna andare oltre ogni limite. Le sue sfide, oltre che coraggiose, sono il frutto di un’attenta pianificazione e previsione di tutte le condizioni avverse da affrontare, oltre che di studio sulle difese da attivare per contrastarle. Quindi, più che oltrepassare il limite, occorre alzare l’asticella, dandosi obiettivi raggiungibili ma sempre più ambiziosi. Durante una lunga traversata a nuoto, non ha fatto altro che preoccuparsi degli squali che avrebbero potuto sbranare i suoi arti inferiori, poi si è concesso una pausa, ha alzato il capo e ha scoperto un cielo stellato incredibile che gli ha tolto ogni paura e riconsegnato le energie per proseguire.

Callegari esploratore dell’infinito e oltre.

Antonio Ricci

Last but not least, arriva il turno di Antonio Ricci, gigante della televisione italiana, a soli 29 anni è autore in prima serata sul sabato di Raiuno, ha scritto programmi considerati capisaldi della TV, da 32 edizioni firma Striscia la notizia. Ricci si è soffermato soprattutto sulle fake news, ricordando l’episodio del suo deep fake video di Renzi, in cui il leader fiorentino si lascia andare ad una serie di commenti tutt’altro che politically correct, indirizzando la sua invettiva contro Conte, Zingaretti e Di Maio, con tanto di gesto dell’ombrello e pernacchio. Più che una manipolazione, si tratta di una rappresentazione della realtà, non fine a se stessa ma tesa a confermare quanto pensano gli italiani, certi che Renzi, in fuori onda avrebbe detto esattamente le stesse cose. Dinanzi al pubblico di “A me è successo” ha rivendicato la sua, come una tv contro il potere e contro le gerarchie precostituite. Una controTv che sovverte anche le gerarchie interne agli Studios, in questo senso, Striscia si caratterizza per una redazione aperta e inclusiva, con una rotazione degli autori, mostrando capacità di delega e di responsabilizzazione, come doti imprescindibili nella sua leadership.

Ricci innovatore televisivo e interprete del nostro tempo.

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